Non farò un resoconto organico, no.
Solo le cose che più mi hanno colpito, in bene e in male.
La piccola Francesca, sette anni, che non riesce a tirar fuori il suo pezzetto di favola. Non ci riesce mai, mentre gli altri bambini fanno gara a chi le spara più grosse e fantasiose.
La mamma le siede accanto e non la molla un istante, la opprime. Le controlla le parole e perfino i pensieri. Quando arriva il padre e le chiede: e lei cosa ha detto?, scuote la testa con una specie di disprezzo.
L’onesta famigliola mamma, papà, figlio in divisa da boyscout che si presentano in prossimità dell’ora di pranzo. Si siedono spontaneamente, scrivono compunti e dopo ci leggono il tutto, ad alta voce. Arrivano sorridenti e se ne vanno ancora più sorridenti. Soddisfatti. Col senso di aver fatto qualcosa di importante, una missione civica: la città chiama e loro rispondono.
La moglie del metalmeccanico che mi racconta in disparte: mio marito è un poeta.
E’ così, signora, rispondo. Un metalmeccanico deve essere un poeta per resistere.
Lei se lo appunta su un foglietto e poi lo chiama a scrivere. Una bella storia di biciclette, poetica per davvero.
La gente che arriva decisa, che senza nulla domandare si guarda intorno, prende foglio e penna, chiude, imbusta e se ne va.
La maestra delle elementari che vuole capire che cosa si fa qui e se è coerente con il Piano di Offerta Scolastica. Non ride mai, nemmeno quando vorrebbe.
Momenti di divertimento puro: cadaveri squisiti a palate, incipit e finiscit, un boccione di vino tremendo che gira per i tavoli.
Il rom con il violino che arriva a piazza vuota, mentre siamo distrutti dall’afa, e intona ‘O sole mio, fino a che Andrea gli chiede musica del paese suo e gli offriamo un panino e vino e un caffè.
Ci scrive poi una lunga storia di ricoveri ospedalieri ed ernie del disco, ma non ce la sa spiegare in italiano.
Impressionante lo sforzo che mostra nel tenere in mano la penna rispetto alle leggerezza nel maneggiare l’archetto.
Un sole di pazzi. Poi una minaccia di temporale, poi di nuovo l’afa.
Le polacche in libera uscita che scrivono una canzone, poi si mettono in riga e ce la cantano.
Il filosofo che non si ferma, ma dice: belle queste iniziative, la prossima volta verrò.
Perché non adesso?
Perché no.
Poi ripassa: sono stato brusco?
Più che altro deludente, risponde Andrea. Per essere un filosofo, quanto meno.
Allora si siede e scrive. La nostra idea, a fine giornata, è che la moglie lo tradisce.
Elisa di 4 anni che va in giro con la teiera piena di binomi fantastici e la campanella e invita i passanti: pendi, pendi, senza guaddae, peò.
La ragazzina sedicenne che alle sei e mezza riceve una telefonata dalla mamma e risponde: ti prego, mamma, torno più tardi, sono in piazza a scrivere. Mi sto divertendo troppo, venite anche tu e papà.
L’enorme tavolata dai dodici ai sessant’anni, tutti con gli occhi chiusi, ipnotizzati da Gaetano che suona i suoi strumenti e li invita a storie da mille e una notte.
Gli studenti che ci danno del lei, ci chiamano signore o signora. Le k, i nn, i tvb, i x e i xké.
I bambini che invece ci chiamano signorine. Il tredicenne che prova a scrivere con l’Olivetti e si stupisce: ma come facevate a usare queste cose primitive? Ci vogliono i muscoli.
I collegamenti al telefono con Riccio, Effe e Zu per gli aggiornamenti dalle piazze.
I saluti. Gli abbracci. I baci.
Il fantastico Preside, che avrebbe continuato fino a notte.
Il gentilissimo sponsor dei quaderni della Storia, che ce ne aveva destinati mille.
La divertita e mitica assessora, inutile dirlo.
I goliardici bloggher napoletani che arrivano nel pomeriggio carichi di altre novità e racconti e sorprese.
Le super femminone amiche mie con energia ed entusiasmo da vendere.
Le magliette stampate male ma di cui andiamo tuttavia fierissimi.
Le enormi bacheche che ospitano il botta e risposta di professori e alunni.
Quelli che dicono: non ho tempo e poi restano un’ora.
Quelli che si schermiscono: non so scrivere e poi vogliono sapere quando lo rifarai.
Quelli che propongono: posso andare a casa a prendere un romanzo che ho nel cassetto?
Quelli che chiedono: mi posso iscrivere a quest’associazione?
Quelli che in auto rallentano, guardano, chiedono e infine parcheggiano.
Quelli che si stupiscono: che? Non vi conoscevate, prima? Eppure sembrate amici da sempre. Non ci credo, no.
E io che non ho scritto niente, perché a mano non so scrivere.
È che qua, nelle province remote dell’Impero, è successo un po’ di tutto.
Stasera ho presentato la richiesta di patrocinio e le altre carte. Mi hanno detto di correggere nel punto in cui si chiede il patrocinio, aggiungendo lì anche la richiesta di autorizzazione all’utilizzo del suolo pubblico, precisando l’indirizzo prescelto e contestualmente, la chiusura al traffico cittadino.
Tutta la documentazione sarà presentata in giunta e solo dopo la delibera sarà possibile cercare gli sponsor e avvalerci del logo comunale,senza precorrere i tempi.
Nel frattempo io e Lella abbiamo ipotizzato per la prossima settimana – coinvolgendo altri due amici - l’organizzazione di una festa di autofinanziamento presso la sede di un’associazione, che ci darà risposta entro un paio di giorni.
Musica anni ’70, bibite e cinque euri di ingresso.
Che ove mai non si trovassero sponsor recuperiamo qualche soldino per carta e penne.
Complice la primavera arrivata di colpo e con una certa sfacciataggine, l’incontro si è svolto per strada, così come deve essere, sotto il porticato di un bar, tra prosecchi e salatini.
E poi lei, la nostra referente istituzionale, ha un lampo di genio e dice: benissimo, occorrono le scuole. Occorre riempire la piazzetta a tutte le ore, creare un movimento, un andirivieni di grandi e piccini che abbiano cose da fare, da guardare e da ascoltare.
Così si è scelta la piazzetta che ospita un liceo e lei chiederà al preside di prestarci banchi e sedie.
Si attrezzerà un’aula all’aria aperta, si chiameranno studenti di ogni ordine e grado, si inventeranno giochi per bambini e giochi per adulti diretti e condotti dai ragazzi, invertendo – una volta tanto – le posizioni. Si coinvolgeranno gli allievi del laboratorio teatrale e le associazioni locali per riempire e movimentare la piazza.
E i genitori che accompagnano i bambini saranno intrattenuti a loro volta su altri banchi, tutti insieme. Più facile coinvolgere un adulto quando fai protagonista il bambino: lo incanti e lo incateni a un tempo condiviso, da qui non si scappa.
Si farà appello agli studenti del liceo artistico perché cerchino di adoperarsi a produrre grandi, enormi lettere di cartone da sistemare nella piazzetta.
Nel frattempo – sempre complice la primavera – io e la pargola avevamo già fatto un giro per l’approvvigionamento dei materiali. Eravamo entrate nei bar, nelle cartolerie, nelle librerie, finanche dal benzinaio.
Abbiamo chiesto supporti di ogni genere, tutto quello che avevano da buttare e ci siamo riempite l’auto di porta-ovetti, cartelloni pubblicitari che stanno in piedi da soli, scatoloni con coperchio, quelli che contengono le risme di carta.
Per strada ho levato lo sguardo e c’era un bucato ad asciugare.
Anche lui immediatamente riambientato nella piazzetta, un filo steso tra due pali e mollette di legno che reggono fogli scritti o stracci o lenzuola scarabocchiate.
E grandi urne come quelle elettorali, con su scritto: QUI si riciclano le tue storie d’amore, QUI smaltiamo storie affilate e taglienti, QUI si depositano ricordi di notti vitree e metalliche.
L’entusiasmo è coinvolgente. Riempie il tavolino del bar.
Cerco di smorzarlo e sussurro: non vorrei che ci animassimo tanto e poi tiriamo fuori una schifezza. Ho il terrore del tempo, che mi sembra scarso.
Mi guarda e ride: no, non può essere una schifezza. Il tempo basterà.
In fondo mi piace questa cosa piena di bimbi e ragazzini.
Che Dio ce la mandi buona.